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Un “Don” che sfida le altezze

Nicolini

di Marco Tarozzi
biografia

Nessuna vetta è più un mistero per lui. Da quando, per respirare un po’ d’aria buona, è scoccata la scintilla per la montagna. Don Bergamaschi di spedizioni sulle cime del mondo ne ha organizzate oltre 50, “unendo” fede e passione e divenendo una delle maggiori personalità di questa pratica sportiva. E dall’altezza dei suoi 82 anni è ancora pronto a ripartire

Dei suoi primi ottantadue anni, don Arturo Bergamaschi ne ha passati più di sessanta a guardare in alto, verso le sue montagne. E a studiare il modo migliore per raggiungerle. Eppure spesso alle origini delle grandi storie c’è un evento banale, e quella del leggendario “prete alpinista”, come lo ha ribattezzato da tempo la comunità degli scalatori, non sfugge alla regola.

Cominciò con una pleurite. Avevo diciotto anni ed ero in seminario a Carpi, mi consigliarono l&rsquo,aria buona e finii in una casa-vacanze per religiosi al Pordoi. Guarii, ma mi ammalai di montagna&rdquo,.

Don Arturo Bergamaschi
Kammerlander

Tanto da diventare un punto di riferimento, con il suo spirito organizzatore e il suo modo di affrontare la vita con positività. Dal 1970, anno della prima spedizione ufficiale, Bergamaschi ne ha messe in piedi una cinquantina, portando centinaia di appassionati a guardare il mondo dai punti più alti della terra. Tanti hanno fatto strada. È il caso di Nives Meroi, la più grande alpinista italiana, che è stata a lungo in predicato di diventare la prima donna a conquistare tutti gli Ottomila della terra.

Quella sua rincorsa l’ha iniziata con me, nel ‘94 al K2. Arrivò all’anticima, sul versante tibetano, perché quell’anno non si poteva sconfinare in Pakistan. Dissi di lei che era “la donna più alta d’Italia”. Ancora oggi se le chiedete come ha cominciato vi risponderà: mi ha lanciata il Don...”

Trentacinque spedizioni di alpinismo puro, spesso strettamente legate a scopi scientifici.

Come nel ‘75, quando in Pakistan studiammo gruppi etnici che nemmeno il governo locale conosceva. O nell’84, quando l’oculista Pietro Ferretti fotografò un caso di emorragia retinica in altura, da cui nacquero studi importantissimi. In questi quarant’anni ho viaggiato per tutti i continenti, ho visto anche mutare il concetto di alpinismo. Le spedizioni commerciali cambiano alle radici l’anima dei luoghi che visitano, stravolgono il paesaggio e il carattere della gente. Ma a quelle altitudini, in quelle situazioni estreme, trovo ancora popoli ispirati da un senso di condivisione e fratellanza. Donne e uomini che ancora mi danno emozioni. Mi succede anche oggi, che per questioni di anagrafe ho virato sui trekking d’alta quota. Fuori dalle rotte del turismo di massa, che svanisce appena c’è da camminare per giorni, faticando davvero. Ho visto gente nei villaggi del Tagikistan, a quattromila metri, dividere con noi un pranzo frugale. Ho conosciuto, proprio quest’anno, la dignitosa semplicità dei popoli del Ladakh, il “paese degli alti passi”. Per noi occidentali, quello stile di vita è una splendida lezione”.

CHI È DON ARTURO BERGAMASCHI
È nato a savignano sul Panaro l’8 novembre 1928.
Laureato all’Università di Bologna in matematica e fisica, ha insegnato al seminario regionale di Bologna, al liceo classico dell’Istituto San Luigi e dal 1975 al 1995 al liceo Malpighi.
Dal 1970 ha organizzato e guidato 35 spedizioni alpinistiche e scientifiche in ogni parte del mondo. Le più significative nell’83 in Pakistan, con tre “prime” assolute oltre i 7500 metri, e nel ‘94 sul
K2, in occasione del quarantesimo anniversario della conquista.
Negli ultimi anni si è dedicato al trekking d’alta quota (gli ultimi in tagikistan, nepal, tibet, ladakh). Nel 2011 affronterà un’avventura tra deserti e lagune salate di Cile e Bolivia.

Kammerlander

Sono le perle di una collezione preziosissima, queste avventure nel tempo. Impossibile ricavarne un ordine di importanza.

Le amo dalla prima all’ultima. Amo quella che mi inventerò l’anno prossimo, perché non riesco a immaginarmi fermo. Ma c’è un momento che mi ha dato tanto, umanamente. Nel ‘79, in Pakistan, celebrai messa al campo base davanti a più di cento portatori di fede musulmanam che si unirono a noi cristiani. Ognuno pregava secondo il suo credo, e fu commovente. Io ho sempre considerato la mia fede come un’occasione di scambio, non di confronto. E vivere a contatto con la natura mi ha aiutato, perché mi dà una grande occasione per contemplare chi l’ha creata. Io vado lassù per imparare a vivere, per arricchirmi spirtualmente con domande che nella nostra civiltà nessuno osa più farsi. Cammino vicino alle vette e vicino al cielo. E quando torno in città, inforco la bicicletta e mi tengo in forma per prepararmi al prossimo viaggio”.

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