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Sei in: webAmbiente / numero 3 - 2011 / Fare di conto

fare di conto

Le parole dell’Economia
Il debito che ci blocca

Nicolini

di Massi-miliano Marzo
biografia

È come una litania recitata di continuo da economisti e governanti: l’italia è “schiacciata” da un debito pubblico che impedisce la crescita. sono molti miliardi di euro su cui il paese (ovvero tutti noi) paga interessi altissimi. Ma come abbiamo fatto ad accumularlo? E come faremo a ridurlo? Sembra un’impresa irraggiungibile, ma forse una speranza c’è.

Che cosa è il debito pubblico? Perché si genera? Nel rispondere a queste domande, solo apparentemente banali, cercheremo anche di offrire un spiegazione ai gravi problemi che l’Italia e l’Europa stanno attraversando in questo momento.

Partiamo dall’inizio. Il debito pubblico si genera quando il gettito ricavato dall’imposizione fiscale non è sufficiente a coprire la spesa pubblica. Nel caso dell’Italia, il debito pubblico che grava oggi sulle nostre teste ha un’origine antica: esso è nato all’inizio degli anni’70 a seguito di una massiccia stabilizzazione di personale della Pubblica Amministrazione come risposta alle crisi sociali della fine degli anni’60. Questo sbilancio iniziale non è mai stato colmato e, con il rialzo dell’inflazione nel corso di tutti gli anni ’70, ci si è quasi dimenticati di avere un elevato debito pubblico. L’inflazione infatti è un vantaggio per il debitore. Se il tasso di inflazione è maggiore del tasso di interesse nominale, l’onere in termini reali per il servizio del debito non esiste, anzi, in modo assolutamente paradossale, il debitore diventa creditore e viceversa. Con gli anni ’80 questo gioco è finito: la forte riduzione dell’inflazione ha generato tassi di interessi reali positivi ed un conseguente rialzo del servizio del debito.

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Per ridurre il debito pubblico sono necessari due fattori fondamentali: il rigore fiscale, che si sostanzia nel determinare un gettito fiscale superiore alla spesa pubblica pura unitamente alla spesa per interessi passivi. La seconda condizione riguarda la crescita economica. Se l’economia cresce le risorse per ripagare il debito aumentano, riducendo il carico che deriva dagli interessi. È come in una famiglia: in presenza di un mutuo da pagare, se riesco a guadagnare di più (cioè a crescere) avrò maggiori risorse da destinare all’abbattimento del mio debito.

Nel caso dell’Italia i numeri parlano molto chiaro: il debito pubblico rispetto al PIL è pari al 120 per cento, il tasso di crescita del PIL è previsto essere attorno allo 0,5 per cento e l’onere medio per interessi passivi (in termini nominali) è pari al 5 per cento. Di fronte a questa situazione è del tutto naturale che i mercati internazionali si siano chiesti: come sarà possibile che l’Italia sia in grado di ripagare il proprio debito? A ciò va aggiunto il fatto che nel 2012 giungono a scadenza circa 250 miliardi di euro di titoli di stato emessi dal nostro paese che devono essere rinnovati, pena un rischio default non dissimile a quello che grava sulla Grecia. A ciò va aggiunto che anche molti altri paesi del mondo soffrono di un male simile e hanno la necessità impellente di raccogliere denaro per finanziare i propri deficit pubblici. Non ci sarà spazio per tutti e questo provoca forti tensioni su quelli che sono considerati i più deboli.

La misura di questa ‘febbre’ è data dall’ormai famoso ‘spread’: il differenziale tra i rendimenti dei nostri titoli di stato e quelli emessi dalla Germania. Quando lo spread sale ciò implica che il rendimento che il mercato chiede sui nostri titoli per acquistarli e detenerli è molto alto in quanto ciò deve rappresentare una compensazione per il rischio di fallimento dell’emittente (in questo caso l’Italia). La cattiva conseguenza è che per ripagare titoli che costano così tanto è necessaria una drastica riduzione della spesa pubblica (in un momento in cui invece ve ne sarebbe bisogno) e una contestuale crescita dell’imposizione fiscale. Queste, purtroppo, sono solo condizioni necessarie a tamponare l’emergenza, ma non sufficienti. La vera sfida da raccogliere è infatti quella della crescita: senza la quale qualunque politica di bilancio rischia di essere davvero vana.

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