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Vite da campione
Con le ali ai piedi

Nicolini

di Marco Tarozzi biografia

Una storia di passione, tenacia e successo. Venuste Niyongabo ha conquistato la medaglia d’ora sui 5000 mt ad Atlanta nel 1996. Ma la sua corsa inizia molto prima, da un villaggio del Burundi a 1400 mt., passando per Siena e approdando a Bologna. Oggi ha iniziato una nuova esistenza, senza rinunciare a sognare.

Vugizo, Burundi. La storia di Venuste Niyongabo è iniziata lì. Una favola, dicono in tanti. Ma lui ci ha messo del suo per costruirsi il lieto fine. Ci ha messo gambe e testa, sudore e passione. Partendo da un minuscolo villaggio d’Africa appoggiato a 1400 metri d’altezza, ha attraversato il mondo coltivando un talento da fuoriclasse. Ha portato in giro i suoi sogni e i suoi trionfi facendoli atterrare a Bologna, Italia. Il posto in cui ha scelto di organizzarsi una seconda vita, smessi i panni di campione dell’atletica, di stella del mezzofondo. In mezzo Atlanta, una medaglia d’oro olimpica sui 5000 metri, un’intera nazione che ancora oggi lo considera un eroe, molti trionfi e altrettanti momenti duri. In tasca, Venuste ha due passaporti. Burundiano di nascita, è arrivato in Italia nel ’93. Ha vissuto per otto anni a Siena. Poi ha sposato una ragazza di Bologna, e lì si è trasferito. Ha preso la cittadinanza italiana ma non dimentica le sue radici, e quel piccolo villaggio dove ancora vivono i suoi genitori e da cui tutto iniziò.

“Per andare a scuola facevo dodici chilometri. Attraversavo otto fiumi. Quando si parla dei campioni africani bisognerebbe vedere come hanno coltivato il proprio talento”

“Ho nove fratelli, io sono il primogenito. In Africa, il primo figlio si porta in spalla il carico di tutta la famiglia. A sei anni avevo già compiti precisi: badavo ai miei fratelli, se i miei genitori uscivano ero il responsabile della casa. Era normalità. Una sorta di autogestione che ti rendeva responsabile da subito”.

E poi, quel bambino cresciuto in fretta ha iniziato a correre.

“Per andare a scuola da casa mia facevo dodici chilometri. A piedi, perché le macchine non c’erano. Attraversavo otto fiumi per arrivare. Partivo da casa alle sei e mezza di mattina e arrivavo alle otto. Un’ora e mezza di cammino, a sei anni. Quando si parla dei campioni africani bisognerebbe andare a vedere anche come hanno coltivato il loro talento. Ho iniziato presto a fare sport. Da noi a scuola c’è un’organizzazione capillare, si fanno gare dal periodo delle elementari fino alle superiori. Ma non vedevo la televisione, non sapevo nemmeno che ci fossero gare fuori dal Burundi. Mi divertivo, ero veloce, ma era un gioco”.

Venuste Niyongabo
foto

A un certo punto, però, l’atletica è diventata una faccenda seria.

“Dalle gare regionali ho iniziato a costruirmi una reputazione nazionale. A quel punto avevo già un’idea precisa: sono nato in una famiglia in cui spostarsi era la regola, lo sport doveva essere l’occasione per vedere altri posti, altre scuole, conoscere persone diverse. Mi allenavo senza sapere nulla di tecnica. Uscivo da scuola e andavo a correre. Presto divenni il migliore della mia età nei 1500 e mi chiamò un club della capitale, Bujumbura. Nel ’92 avevo già la mia prima medaglia importante, l’argento nei 1500 ai Mondiali Juniores”.

Da Bujumbura ad Atlanta il passo è meno lungo di quanto possa sembrare. E in mezzo c’è l’approdo in Italia.

“Ci arrivai nel ’93. Fu proprio quella medaglia d’argento ad aprirmi la strada dell’Europa. Venni a Siena, dove c’erano atleti che conoscevo già. Ma era gennaio, non ero attrezzato per l'inverno italiano, non conoscevo la lingua e non sapevo nemmeno farmi da mangiare. All'inizio fu dura. La vita esterna non esisteva proprio. Guardavo video di gare, leggevo programmi di allenamento, studiavo, stavo in casa. Però ho seguito un corso di italiano per quattro mesi. La prima finestra aperta sul mio nuovo mondo. E in quella stagione ho iniziato a pianificare, a pensare in grande, ad allenarmi con metodo. Alle Olimpiadi di Atlanta, nel '96, ero tra i favoriti sui 1500. Ma decisi di giocare, a sorpresa per molti, la carta dei 5000. Avevo studiato Gebreselassie, sapevo che l’impegno sui 10000 gli avrebbe tolto energie. Ero molto sicuro di me stesso. In quella finale presi tutti in contropiede. Quando allungai, a un giro dalla fine, non mi seguì nessuno”.

In quel momento, la vita del ragazzo di Vugizo era già cambiata, anche se lui non se ne rese conto subito.

“Ho avuto anche fortuna, non so dire se l’ho aiutata. Ma so che lo sport e l’atletica mi hanno insegnato a capire il mondo intorno e a conoscere me stesso”

“E’ solo quando esci dalla pista, dallo stadio che capisci. Se sei in giro per il mondo da anni, è un’emozione forte. Diventi un personaggio, uno che può comunicare un messaggio, se ce l’ha. Dopo Atlanta ho conosciuto altre realtà, ho fatto serate per la Fao, per l’Unesco. E sono contento di essere, oggi come allora, un simbolo di pace e unità. Dopo la vittoria, i giornalisti insistevano a chiedermi se fossi tutsi o hutu. Quale fosse l’etnìa a cui dedicavo il successo. Io risposi che rappresentavo un paese, non un’etnìa. Prima della colonizzazione, in Burundi non c’erano questioni etniche. Quelle sono state create e alimentate per scopi politici. Io sono tutsi e ho tantissimi amici hutu. Così deve essere. E questo è il messaggio che cerco di insegnare ai miei figli, Wilson e Thomas. Loro sono nati qui, sono italiani, ma non voglio che dimentichino le radici”.

Non ha faticato, uno così, a costruirsi una vita dopo che le luci dei riflettori si sono spente.

“Nel giugno del 2003 mi hanno operato al tendine d’Achille. Ho smesso di sognare, di fare progetti sull’atletica. Mi sono guardato intorno, ho frequentato un corso di marketing, e dopo qualche tempo mi ha cercato l’azienda che mi aveva sponsorizzato quando ero un atleta di vertice. Oggi ci lavoro. Ho avuto anche fortuna, non so dire se l’ho aiutata. Ma so che lo sport e l’atletica mi hanno insegnato a capire il mondo intorno e a conoscere me stesso. Volevo tornare ad essere Niyongabo, l’atleta che tutti ammiravano. Ho speso molto tempo coltivando questo sogno. Ma a un certo punto ho svoltato. Non è stato facile: lasciare una vita per iniziarne un’altra provoca sempre qualche scompenso. Ma ora mi diverto a camminare sulla mia nuova strada”.

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