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traduzione: eng | عربي

di Giancarlo Strocchia

Una vita tra le onde

Joseph Konan ha vissuto la prima parte della sua esistenza avventurosamente. Fino all’87 la sua casa sono stati gli oceani. In Manutencoop dal ’97, vive in italia con soddisfazione. Ma il suo cuore è rimasto profondamente e orgogliosamente africano perché “c’è una dignità originaria” che non vuole assolutamente perdere.

Il nostro incontro è telefonico. Il tono di voce è simpatico e suadente, caratteristiche che rendono meno evidenti alcune incertezze linguistiche. Konan Joseph è nato 52 anni fa in Costa d’Avorio ma la sua cittadinanza è ghanese. Lavora in Manutencoop dal 1997 e oggi si occupa, a Modena, della gestione di un magazzino che rifornisce materiali per i cantieri del settore igiene. Ma nel passato di questo gioviale signore di mezza età ci sono molti anni di navigazione “globale”. “La mia ‘prima’ esistenza inizia a Genova nel 1975 – racconta Joseph - da dove ho iniziato ad imbarcarmi per il trasporto mercantile in giro per il mondo”.

Quali mari ha solcato Joseph?

“Praticamente tutti. Ho lavorato per compagnie di trasporto navale di vari paesi, soprattutto Grecia e Norvegia. I nostri itinerari erano molto lunghi. Per un periodo ho lavorato per una compagnia che trasportava materiale per conto della Nato tra gli Stati Uniti e il Mediterraneo. In quel caso le tappe erano fisse: Alicante, Barcellona, Genova, Napoli, poi la Siria, il resto del Mediterraneo per poi spostarci sulle coste statunitensi, tra Newark, Newport, Baltimora, e la base Usa di Norfolk. Ogni 2 mesi si toccavano gli stessi porti. Ho lavorato anche tra il Sud America e l’Algeria per il trasporto di zucchero. Una grande avventura, ma faticosa”

Cosa le piaceva di più di quel tipo di vita?

“I momenti in cui la nave si fermava, anche se io, al contrario di quello che comunemente si pensa, non avevo la proverbiale fidanzata in ogni porto. Io avevo una moglie e anche già una figlia che mi aspettavano in Ghana. Nel corso della navigazione invece si lavorava e si trascorreva il tempo quasi sempre da soli. Momenti spesso anche di solitudine, ma non tristi”.

Quando poi ha deciso di interrompere questa attività?

“Il mio primo stop è avvenuto nell’85 a Barcellona; quindi mi sono trasferito a Genova dove, grazie alla sanatoria concessa dall’allora ministro della Giustizia Martelli, sono riuscito ad ottenere il permesso di soggiorno. Qui ho lavorato per un certo periodo anche su navi da crociera per poi trasferirmi, nell’87, a Modena. Nell’88 ho iniziato a lavorare per una società in cui la mia mansione era quella di tagliare e predisporre pezzi di lamiera. Non sono stati momenti particolarmente facili. Il mio obiettivo principale era quello di mantenere il lavoro per poter sostenere la mia famiglia che nel frattempo si era trasferita in Italia. Effettivamente – scherza Jospeph – mi sono fatto apprezzare perché ho sempre lavorato come un negro, e del resto era quello che si aspettavano da me”.

Come è avvenuto l’incontro con Manutencoop?

Dopo aver lavorato nel ’97 per un anno presso l’acetaia Malpigli, nei pressi di Modena, sono passato a Manutencoop, impiegato subito nel settore igiene nel quale ho svolto ogni genere di ruolo. Ho sempre amato il mio lavoro e penso di aver impiegato sempre molta responsabilità nel compierlo. Per me è importante la correttezza e che siano rispettati gli accordi presi.

Come si trova nel nostro paese?

Devo dire bene, e riconosco che non ho mai subito nessun genere di discriminazione. È anche vero che, se mi confronto con gli amici che con me hanno trascorso i mesi di navigazione e che oggi vivono in altri paesi europei, noto una disparità rispetto alla condizione sociale che loro vivono. E come si sono trovati i suoi figli?
Anche in questo caso l’esperienza è positiva. Io ho due figli, Sherry, che si è appena laureata in Giornalismo internazionale all’Università di Bologna, e Sergio, che studia grafica. Per loro spero ovviamente un futuro di soddisfazioni, nonostante in Italia, al contrario che in altri Paesi, il rapporto tra il mondo della scuola e quello dell’impresa è piuttosto difficoltoso e, di conseguenza, anche l’accesso al mondo del lavoro è complicato.

E il suo futuro come lo vede?

Anch’io ho un progetto. Un giorno, quando avrò terminato la mia attività qui, vorrei tornare in Africa e allestire un allevamento di animali. Ho già iniziato a trasferire laggiù buona parte della strumentazione e dei macchinari che mi serviranno. Si può dire che mi appresto ad iniziare una terza vita, quindi, che mi permetterà di non perdere l’entusiasmo e la voglia di lavorare che ha contraddistinto ogni mia scelta.

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