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Sei in: webAmbiente / numero 2 - 2013 / L’ovale che unisce

Passioni

traduzione: eng | عربي

di Giancarlo Strocchia

L’ovale che unisce

Nonostante l’apparenza “cruenta” il rugby si distingue tra le pratiche sportive per la correttezza e lo spirito di corpo. Dario Calapai, che è in Manutencoop dal 2008, ne ha fatto una ragione di vita mirata ad offrire ai ragazzi del capoluogo campano la possibilità di conoscersi, integrarsi e vincere la sfida al disagio sociale. È nato così il Trofeo Partenope che prende il nome da un glorioso club partenopeo “ultrascudettato” e che premia, oltre alla prestazione sportiva, anche la tenacia e la capacità di fare gruppo.

Iniziamo dalla storia. La Partenope Rugby è un club glorioso e “scudettato”. Un esempio di grande agonismo. Ce ne descrivi in breve le tappe salienti?

Ebbene si, la Partenope Rugby fa parte della storia del Rugby e dello sport italiano in genere, fondata nel 1951, con i suoi due scudetti vinti in successione nel 1965 e 1966, sconfitta in finale nel ’67 e ben 7 titoli giovanili consecutivi a cavallo tra gli anni ’60 e ’70. Nonostante la “povertà” di mezzi e risorse rispetto alle blasonate compagini di Parma, Roma, Milano, Treviso, Padova, la Partenope aveva avviato una improvvisa e inaspettata rivoluzione tecnica e mentale anticipando i tempi di almeno 20 anni. La fantasia e la capacità di muovere il pallone a tutto campo hanno surclassato il gioco conservatore e monotono basato su forza fisica e calci sterili. Con il grande Elio Fusco, i “piccoli” e veloci giocatori bianco-azzurri riuscivano a sfiancare i possenti avversari, aggirandoli in velocità e con astute giocate tipiche della leggendaria arte di arrangiarsi dei napoletani. È storia anche la copertina della Domenica del Corriere con la rappresentazione pittoresca dei giocatori festeggiati dalla folla tra i vicoli dei Quartieri Spagnoli con il titolo “Lo scudetto dei poveri”.

Come nasce la tua passione per il rugby e soprattutto l’idea di collegare questa pratica al mondo dei giovani?

La passione è nata a Palermo, la mia città di origine. Iniziai a giocare tardi, a 18 anni, dopo aver praticato, sin da tenerissima età, calcio (2° portiere dei pulcini del Palermo), basket e pallamano a livello agonistico. Come tutte le grandi passioni, fu quasi per caso che mi trovai a provare sul campo duro e pietroso della periferia di Palermo, amici di amici mi invitarono e io sentii che non dovevo mancare a quell’appuntamento. E così fui letteralmente folgorato sulla via di Damasco, mi colpì l’asprezza del gioco contrapposto alla lealtà e alla goliardia che pervadeva l’ambiente. Fui coinvolto dopo poco anche in un progetto di diffusione del gioco nelle scuole dello ZEN, il quartiere simbolo del degrado del capoluogo siciliano, e da subito scoprii la potenza del rugby nel catturare l’entusiasmo e la normale dose di aggressività dei bambini, riuscendo a incanalare il fiume di energia ribelle che scorre nei ragazzi, soprattutto quando si trovano insieme in un contesto ludico all’aria aperta. Questa scoperta l’ho poi maturata e consolidata nelle mie esperienze di vita e lavoro in giro per l’Europa, dove ho sempre giocato a rugby vestendo le maglie dei club dellecittà dove ho vissuto, dalla Scozia alla Francia, da Milano e Verona, Roma e, infine, Napoli.

Nonostante non goda ancora della popolarità di altre pratiche sportive, il rugby riscuote sempre più successo per le prerogative di correttezza e capacità di generare valori positivi. Una pratica adatta anche a giovani che si avviano a formare la propria personalità dunque?

Il rugby in Italia, per decenni, ha vissuto nell’ombra e nel pregiudizio, non avendo radici, se non in alcune regioni come il Veneto e l’Emilia-Romagna. L’arrivo della popolarità mediatica, grazie all’ingresso nel 2000 della nazionale italiana nel torneo delle 6 Nazioni, ha finalmente reso giustizia ad uno sport che in realtà nella sua accezione inglese si definisce game, cioè un “gioco”, i cui elementi fondamentali quali il rispetto delle regole, la disciplina, il sostegno, il coraggio diventano valori etici ed educativi universali, mai superati. Anzi, oggi si manifesta nella società, e soprattutto nel contesto scolastico e giovanile, una forte domanda di valori positivi che il gioco del Rugby soddisfa in modo straordinario sia per i giovani protagonisti che per le famiglie, le quali si ritrovano in una dimensione di sana e goliardica socializzazione. Il terzo tempo pare sia più apprezzato dai genitori che dai bambini giocatori…

Il Trofeo Partenope coinvolge numerosi istituti scolastici napoletani e soprattutto molti giovani allievi. Come fate a vincere la sfida di fronte alla diffusione “massiva” di pratiche sportive come il calcio e qual è la reazione dei ragazzi alla vostra proposta?

Il Trofeo Partenope è stato ideato e lanciato nel 2012, con la mission di creare una rete di scuole in aree e quartieri diversi della città e della periferia di Napoli. Abbiamo lavorato a tavolino, individuando alcune scuole elementari, medie e superiori ubicate attorno a 3 impianti sportivi presenti in 3 zone nevralgiche nella geografia socio-culturale della città: lo stadio militare Albricci, nel quartiere Arenaccia, il “ventre di Napoli”, una densità abitativa simile a quella delle capitali medio-orientali, lo stadio Collana al Vomero, il quartiere più borghese e “mitteleuropeo” della città, espressione di una Napoli colta e proiettata nella modernità e il campo della scuola media “Sandro Pertini” di Scampia, la periferia diventata cattedrale dei paradossi di Napoli, attirando su di se la fama internazionale di ghetto violento.

Calapai

DARIO CALAPAI

Siciliano, esploratore per indole, Dario Calapai ha vissuto e studiato a Edimburgo e in Francia. Laureato in Economia ha iniziato la sua carriera a Milano dove ha vissuto per 5 anni. Nel 2003 “sbarca” a Napoli dove mette su famiglia con la compagna Monica e dove nascono Nicolò di 12 anni (canottiere nel circolo Ilva) e Giuliano di 6 anni (cintura gialla di karate). Ama lo sport inteso come mezzo per creare valore sociale e migliorare il vivere collettivo. In Manutencoop fa parte della Direzione Operations dell’area Centro-Sud svolgendo il ruolo di capo-commessa Consip Energia presso l’ASL Napoli 1 Centro.

Il Torneo ha creato inclusione, ha “mescolato le carte”, ci si conosce, ci si riconosce napoletani, tutti uniti dalla passione del rugby, seppur appartenenti a realtà che sembrano così lontane tra loro. E la Partenope, alla fine di questo secondo anno, si è legittimata sul campo nel difficile ruolo di punto di riferimento tra istituzioni e famiglie della città, patrocinata anche dall’assessorato allo sport del comune di Napoli che ha premiato nella sala Giunta lo scorso 24 giugno i bambini di Scampia della scuola media “Sandro Pertini”, vincitori del torneo edizione 2013. Il disagio sociale, dunque, presente in modo più o meno virulento o latente in ogni angolo della città, è aggredibile e superabile se lo sport riesce a unire e collegare l’enorme entusiasmo e voglia di aggregazione che scorre nelle scuole di Napoli.

Momento di aggregazione e di conoscenza, il Trofeo avvicina realtà e strati sociali diversi che altrimenti difficilmente riuscirebbero a “dialogare”. Una sfida importante. Quali sono i motivi di queste divisioni e quali gli esiti della vostra esperienza?

Abbiamo tessuto una rete che mette in collegamento realtà totalmente diverse tra loro per urbanistica, storia e problematiche socio-economiche, attraverso la quale la Partenope alimenta un flusso virtuale e virtuoso di valori, esperienze, emozioni aggregando gli attori che ne restano “catturati”: i bambini, le famiglie, i docenti. Ogni mese da gennaio a giugno, tutte le scuole si incontrano sul campo per sfidarsi e contendersi la conquista del Trofeo, che verrà aggiudicato nella finalissima di giugno. Questo avvicendarsi di appuntamenti mensili, di allenamenti preparativi settimanali, rappresentano un percorso unico, ricco di esperienze emotive, di aggregazione e valori, di scambio di conoscenze, di confronto vero e sincero.

Napoli è una città che viene spesso associata all’idea di disagio sociale. Quanto lo sport può contribuire a scalfire questo stereotipo attraverso la diffusione di una cultura dell’integrazione e della responsabilità sociale?

Con la nostra iniziativa abbiamo intercettato la crescente domanda di normalità e di «sport educativo» espressa dal territorio multiforme di Napoli. Il gioco e i suoi riti del terzo tempo, dello spogliatoio, della cavalleria, della goliardia, rappresentano qualcosa di nuovo, di pulito, dove le famiglie si ritrovano a fare il tifo per i propri figli in un clima sereno e allegro, dove rinasce il sentimento di appartenenza ai propri colori, quelli della scuola e del quartiere, vissuti con leggerezza e non con derive distorsive che si registrano in molte scuole calcio.

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