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Dimissioni presidente

di Massimo Cirri

Quelli che mettono il cuore prima dei numeri

Massimo Cirri, conduttore della trasmissione “Caterpillar” di Radiodue e storica firma di “Ambiente” con la rubrica “Al bancone del bar” intervista il presidente Claudio Levorato.

Quando cambia qualcosa, qualcosa di grosso, bisogna cominciare dall’inizio. Così oggi, al bancone del bar, con Claudio Levorato, ordiniamo da bere e partiamo da quando è cominciata. È il 1984, 32 anni fa, e...
... E arrivo in questa cooperativa, Manutencoop. Ha 600 dipendenti, 2 su 3 lavorano nelle pulizie, fa 32 o 33 miliardi di fatturato, in lire, lavora solo a Bologna ed è completamente dipendente dal mercato pubblico locale.

Troppo dipendente? Troppo “bolognese”?
Si. In quegli anni funzionava così.

Ma?
Ma proprio in quegli anni il mercato cominciava ad aprirsi, diventava più grande, cambiavano le leggi, cambiavano le imprese. E Manutencoop cominciava ad avere i primi problemi.

Di che tipo?
Bilanci che non sono mai brillanti. Qualche anno fa un po’ di utili, quello dopo ha delle perdite...
Il gruppo dirigente comincia a fare delle attività a più alto valore aggiunto, come si dice oggi.
Alcune vanno bene...

Per esempio?
La “gestione calore”, quella che poi si chiamerà “efficienza energetica”, una buona intuizione del presidente di allora.

Altre invece?
Altre vanno male. Tremendamente male: le attività immobiliari, le costruzioni, su cui la Manutencoop aveva impegnato molte risorse.

E quindi?
La cooperativa aveva dei numeri sostanzialmente equilibrati, ma con una situazione finanziaria pesante: una ventina di miliardi di debito. E il denaro a quei tempi costava il 18/20%. Quindi, si diceva: la cooperativa lavora per le banche, paga un paio di miliardi di interessi all’anno.

E la prima cosa che ti colpisce quando arrivi, prima di guardare i bilanci?
I rapporti tra le persone. Fin da prima di arrivarci, l’avevo conosciuta da qualche anno, in Manutencoop mi avevano affascinato i rapporti tra le persone.

Cioè?
Erano fortemente improntati all’affetto.

Proprio affetto?
Si, uso proprio questo termine: affetto. Era un’azienda, ci mancherebbe: si lavorava, magari con le gerarchie non rispettatissime, ma i rapporti avevano a che fare con l’affetto. C’era l’identità politica, certo, ma contava molto di più, l’identità dei sentimenti. Che andava oltre l’avere la stessa tessera di partito, quella che pur aveva la maggioranza dei lavoratori.

Una cosa che
ti rimproveri?
“Ho una vita costellata
di cazzate, ho fatto
degli affari sbagliati,
ma non ho fatto
la stessa cazzata
due volte”.

In quegli anni Manutencoop era diversa da altre cooperative?
Si. Era meno azienda, come dicevano gli altri. Era guardata con molta puzza sotto il naso da altre cooperative, quelle dove si davano del lei: “dottorè”, “ragionierè”. Noi, invece, qui, più ruspanti. Ma più legati da sentimenti identitari e da tensioni positive. Loro sono morti da molti anni, noi siamo ancora qui.

Lo dici con un mezzo sorriso
Può essere.

E allora: quanto conta, in generale, il legame emotivo, il fattore umano in un’azienda? Che sia una cooperativa o no.
Io non sono capace di fare le citazioni. Ma mi sembra che un certo Steve Jobs abbia parlato di queste cose: una delle società più grandi del mondo, la più capitalizzata del mondo, se non avesse avuto fin dall’inizio questa componente di identità ed intensità emotiva che mette in relazione le persone, non sarebbe quella che è.

Una cosa che, in questi 32 anni, tu, il gruppo dirigente, ti dici: questo la abbiamo fatto bene davvero
Non aver buttato via questo tratto identitario di Manutencoop ma di averlo esaltato.

Come avete fatto?
Innestandolo in un’anima aziendale: il sistema di regole, l’organizzazione, la necessità di produrre risultati, il governo dei fattori della produzione. E poi l’attenzione agli aspetti finanziari, su cui c’era molta ignoranza.
Siamo riusciti ad innestare una forte componente manageriale e professionale, senza violare quella caratteristica
delle relazioni umane in azienda. Su questo io mi sono fatto la fama di essere un ammazzasette di dirigenti, di prenderli e poi di cacciarli.

Non è vero?
È vero: di dirigenti ne ho cacciati alcuni. Ma tutti quelli che ho cacciato li ho cacciati perché minavano questo tratto identitario dell’azienda.

Il codice degli affetti?
Il codice degli affetti e del rispetto delle persone. La cultura della colleganza.

Una cosa, invece, che ti rimproveri: questa l’ho proprio fatta male
Ho una vita costellata di cazzate. Ho fatto degli affari sballati...

Ma...
Ma non ho rifatto la stessa cazzata due volte.

Una cosa che ti rimprovero io: Manutencoop fa molte cose, alcune degne di nota. Per esempio: è stata riconosciuta una delle aziende con il miglior welfare aziendale in Italia; ha realizzato una centrale termica al Sant’Orsola di Bologna che è stata raccontata alla conferenza sul clima di Parigi. E ce ne sono altre. Altri, al vostro posto, farebbero tutto il giorno i grossi raccontandolo in giro. Manutencoop no. Perchè?
Perché abbiamo quasi 20mila persone che lavorano con noi, un fatturato di un miliardo, una redditività sopra il 10%, una grande capacità costante di revisione dell’organizzazione. Dalla trincea dove stanno i nostri operativi fino al quartiere generale. Facciamo efficienza...

Ma?
Ma di tirarcela non siamo capaci. Io almeno non ci sono mai riuscito. Così lo dico agli altri: tiratevela voi.

E ora?
E ora proseguirò ad occuparmi di cooperazione, rimango comunque presidente della Cooperativa. Avrò più tempo per dedicarmi a promuovere una nuova idea di cooperazione e il protagonismo dei nostri soci.

Essere Manutencoop - Massimo Cirri intervista Claudio Levorato, guarda i filmati.

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