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di Francesco Bottino

Siate una cooperativa di poeti e ingegneri

Dopo quasi 40 anni in Manutencoop, Francesco Bottino si avvia alla pensione. “Colonna” della Cooperativa dal ’76 ad oggi, dagli esordi ai più recenti successi. Militante di Lotta Continua diventato responsabile commerciale “sui generis”, ci saluta a modo suo con il breve discorso che, qualche tempo fa, prima di lasciare il proprio ruolo nell’ambito della Direzione Promozione e Sviluppo, fece ai colleghi a cui passava il testimone. Poche parole che vogliono essere un consiglio e un invito, per quanti rimangono, a non perdere di vista ciò che ha permesso a Manutencoop di diventare grande: la sua capacità di far convivere la genialità dei suoi (tanti) ingegneri e la fantasia dei suoi (tanti) poeti. Da noi che restiamo a Francesco (più poeta che ingegnere) un grazie per tutto l’impegno e l’entusiasmo che ha saputo trasmetterci.

Sono nato in una famiglia dove il papà ed i fratelli erano o diventarono ingegneri. La mia mamma, invece, non aveva fatto che la seconda elementare, poi fu mandata a fare la perpetua da uno zio prete. Suo padre faceva, a volte, il calzolaio. Però, per me, era un grande poeta. Forse il suo senso pratico della vita gli permise di far campare gli altri 9 figli. Io, certo, non sono un poeta né tantomeno un ingegnere ma seduto intorno al tavolo di cucina ho imparato a rispettare le doti degli ingegneri ed a sognare come un poeta. Non credo che, in questo caso, in medio stat virtus, credo che si debba valorizzare al massimo la genialità degli ingegneri e la fantasia dei poeti. Più si aiuteranno gli ingegneri ad essere uomini d’ingegno ed i poeti a volare sempre più in alto, più le persone ne trarranno vantaggi. Avrei timore a trovarmi davanti ad un ingegnere poeta e ad un poeta ingegnere. Un vecchio contadino che abitava vicino a casa mia mi diceva sempre: “Ad ognuno il suo mestiere, ai coglioni la carretta!”. Insomma ognuno faccia il suo mestiere ma lo faccia, mi diceva, mettendoci la testa e il cuore, a volte serve anche la pancia. Anche quando venni in cooperativa, nella vecchia mensa di via della Beverara, c’era un tavolo, un tavolo dove insieme sedevano un grande poeta, Enzo Govoni, e un ingegnere, Bruno Umbertini. Govoni parlava agli uomini condividendo tutto, soprattutto le emozioni, i dubbi, la speranza, i successi e gli insuccessi. Parlava spesso con i tecnici, con lo stesso ingegner Umbertini accostandosi a loro sempre con grande umiltà e modestia, per chiedere, per sapere, per imparare ma con la certezza che le sue parole, i suoi suggerimenti, che venivano dal campo, sarebbero stati presi in considerazione, discussi, condivisi. Poi, sempre più laureati, ma anche poeti, hanno arricchito e professionalizzato la nostra Cooperativa.

Sono certo che le nostre mura trasudano grandi valori, grandi contrasti, grandi insegnamenti: difficilmente, credo, si può trovare un posto di lavoro in cui, grazie a questi elementi, ci sia tanto attaccamento alla propria azienda, tanto impegno professionale, tanta potenzialità di confronto. È per tutto questo che, ancora una volta, è giusto che parliamo di come migliorarci, di come risolvere le nostre problematiche ed i nostri inevitabili e naturali contrasti. Non sono certo un ingegnere, mi piacerebbe saper davvero sognare, so che dovrei e vorrei aiutare un gruppo che, come impegno prioritario, ha “i numeri”, numeri a volte davvero molto sfidanti. Questi numeri so bene come sia difficile raggiungerli; quante volte in tutti questi lunghi anni li abbiamo raggiunti all’ultimo secondo, quante volte li abbiamo superati lottando insieme, assieme in Cooperativa.

Oggi è tutto più difficile ma quei numeri dobbiamo raggiungerli. Quel tavolo della cucina, quel tavolo della mensa oggi mi sembra avere i lati troppo distanti, troppo lontani l’uno dall’altro, a volte non ci si riesce a sentire troppo bene. Ho l’impressione di uno scollamento: i poeti non riescono più a volare alto? Gli ingegneri si sono incartati nei calcoli? Ho sentito in queste ultime settimane alcuni di voi e allora penso che dobbiamo riprendere il dibattito, un dibattito franco, sincero, forte, senza fronzoli e senza timori. Un dibattito dove non ci siano capi, capetti, collaboratori, colleghi: ci sono uomini, professionisti che hanno sulle spalle un bel fardello che, frase fatta, devono portare insieme. Vi prego parliamoci chiaro. Uno di voi nel parlare del suo lavoro mi ha detto: “Qui si perde il sorriso”. Un altro: “Sento incertezza”. Un altro “Ho terrore”. Non sono stato certo un manager e nemmeno un capo! Ho solo saputo, al momento giusto, fare un passo indietro.

Credetemi: mi è costato, mi è costato ma è stata una delle poche volte in vita mia in cui mi sono sentito orgoglioso del mio senso di responsabilità. Con lo stesso senso di responsabilità dal posto in cui ora mi trovo vorrei cercare di portare tutti noi, con il dibattito e il confronto “aspro” e sincero, a quel vecchio tavolo in cui si possa tutti “crescere” umanamente e professionalmente con il sorriso, fuori dall’incertezza e senza terrore. Abbiamo grandi obiettivi, grandi numeri nel nostro futuro immediato: poeti ed ingegneri sanno, nella loro diversa grandezza, che si possono raggiungere quando c’è supporto e non comando, quando chi sbaglia paga ma paga anche chi non l’ha aiutato a non sbagliare. Poeti ed ingegneri sanno che, in fondo, anche sbagliare può servire, sanno che i numeri si possono raggiungere quando si condividono i successi ma anche gli insuccessi. È vero sto dalla parte dei poeti, non è un segreto, ma sono certo che al tavolo ci debbano essere, voglio che ci siano, è necessario, è bello, gli ingegneri! Grazie.

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