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IL BANCONE DEL BAR

Cirri Massimo

di MASSIMO CIRRI
biografia

due sorsi di confidenze
Ragazzi


> Facciamo un gioco? Chi perde paga da bere.
> Facciamolo. Che gioco?
> Io ti dico una cosa sui ragazzi e tu me ne dici un’altra. Perde chi resta senza niente da dire.
> Ma una cosa cosa? E su quali ragazzi, i tuoi? I miei?
> Tutti.
> Tutti?
> Tutti. Tu dimmi una parola, un aggettivo, un modo di dire, qualcosa del linguaggio che vada insieme con la parola ragazzi. Comincia tu.
> No comincia tu, fammi un esempio.
> I nostri ragazzi.
> Giusto.
> Giusto cosa?
> Boh, che ne so? L’hai detto tu?
> Ma tu lo sai chi sono “I nostri ragazzi”?
> I nostri figli che non sono più bambini ma non sono ancora uomini.
> Giusto. Adesso tocca a me. Te ne dico una io: i nostri ragazzi.
> È uguale, l’ho appena detta io.
> Non è uguale. Suona uguale ma è diversa: i nostri ragazzi, ma in senso generale. Come generazione. Ti faccio un esempio, un titolo del giornale di ieri: “Ascoltiamo le richieste d’aiuto dei nostri ragazzi”.
> Non l’ho letto. Ma ho capito. Te ne dico un’altro io.
> Spara.
> I nostri ragazzi.
> ?
> Stupito, eh? Titolone della Gazzetta dello Sport, quattro colonne: “Domami i nostri ragazzi contro la Germania per le qualificazioni”. I nostri ragazzi nel senso della Nazionale.
> Giusto, bravo. Ora tocca a me: i nostri ragazzi nel senso dei militari delle missioni internazionali.
> È vero, li chiamano così, sempre i giornali.
> E i politici. Casomai hanno 40 anni, ma li chiamiamo ancora “ragazzi”. Soprattutto quando ne muore qualcuno.
> A loro farà piacere essere chiamati così?
> Non lo so. Un po’ è affettuoso, un po’ è retorica. Ma ci sto prendendo gusto, tocca a te.
> Quelli del Grande Fratello o di altre trasmissioni di quel tipo là, dove c’è un gruppo di persone un po’ improbabili rinchiusi in un recinto di telecamere.
> Nostri ragazzi?
> No, ragazzi e basta. La conduttrice li chiama sempre così. A volte allunga: “ragaaaaazzi”. Tocca a te.
> Ragazzi di vita. Una cosa triste
> Ragazzo di strada, idem.
> Ragazzo da marciapiede. Uguale.
> Ragazzo padre.
> Ma non era ragazza madre?
> Tutte e due.
> Il ragazzo del fornaio. Nel senso dell’aiutante, il garzone, l’apprendista.
> Giusto. I ragazzi del ‘99. Hai presente?
> Si. No. Chi erano di preciso?
> Quelli della prima guerra mondiale. Nel 1917 compivano diciotto anni e così li potevano mandare in trincea, a morire.
> Sempre storia: i ragazzi di via Panisperna. Quel gruppo di fisici, giovanissimi, che negli anni ‘30, iniziarono le ricerche sui neutroni... o i neutrini. Insomma l’atomo... Quelle ricerche che poi si arrivò all’atomica. Fermi.
> Nel senso che non si muovevano?
> No. Enrico Fermi. C’era anche lui. Era il capo.
> Ragazzo come fidanzato, moroso. “Il ragazzo di mia figlia”, “Ma tue ce l’hai il ragazzo?”
> Giusto. “Comportarsi da ragazzo”: un’adulto che non è capace di fare l’adulto. Beccati questo.
> “Ragazzata”. Fare una ragazzata. Una cosa mica tanto bella ma fatta senza malizia, una leggerezza.
> “Ragazzate”: non dire ragazzate, non dire scemate.
> Ma è uguale. Adesso fai i plurali? Non vale
> Vale. Tocca a te.
> Ragazza copertina
> Che vuol dire?
> Di preciso non lo so: tipo fotomodella. Ma vale.
> Va bene. Ragazza di vita
> Già detto. Al maschile. Sei fuori.
> Ragazza squillo. Non detto. Tocca a te.
> Ragazzi Italiani.
> Troppo vago. Non vale.
> Vale. Erano un gruppo musicale. Di dieci, quindici anni fa. Gruppo non memorabile, nella storia della musica i Rolling Stones sono stati leggermente più significativi, importanti. Ma i Ragazzi Italiani c’erano. Fidati, vale.
> Ragazzo triste.
> Che cos’è?
> Il primo 45 giri di Patty Pravo. Anni ‘60, siamo al Piper. “Ragazzo triste come me ah ah, che sogni sempre come me ah ah”. Continuo?
> Fermati. Va bene così.
> Basta citazioni musicali. D’accordo?
> Peccato. Avrei in canna Ragazzo Inadeguato, Max Pezzalli, gli 883. Ricordi? Cito a memoria: “Non sono mai cambiato, sono un ragazzo inadeguato, anche se son cresciuto, sono rimasto un po’ sfasato”.
> Mi arrendo. Basta musica. Adesso letteratura: I ragazzi della via Paal.
> I ragazzi dello Zoo di Berlino
> I ragazzi della Terza C. Era una serie tivù. Non chiedermi quando.
> Brave ragazze, un programma radio. Tocca a te.
> Aspetta.
> Ti arrendi?
> Un attimo. Sto pensando.
> Conto fino a tre e poi ho vinto. Uno, due...
> Vale Bersani.
> Bersani?
> Bersani: “Oh, ragazzi, siam mica qui a cotonare i Pooh!”
> Non vale.
> “Oh ragazzi, siam mica qui a fare il parmigiano con il latte di soia”. Questo vale.
> Non vale.
> “Oh ragazzi, siam mica qui a cambiare gli infissi al Colosseo”? Non so se l’hai caputa: gli infissi, le finestre, il Colosseo?
> L’ho capita. Ma non vale. Hai perso.
> Ho perso. Però fa ridere. Poi ha perso anche lui, Bersani. Vabbé, pago da bere. Ma che gioco è? E perché l’abbiamo fatto?
> È un gioco per capire quante cose ci sono dentro a questa parola: ragazzi. Quanti rischi, quante possibilità. Tu ci pensi a quanto è difficile essere ragazzi oggi?
> Ci penso. E penso anche a che futuro avranno i nostri ragazzi. E sono molto preoccupato. Essere ragazzi è un lavoro complicato.
> Giusto. Visto che bel gioco?
> Un gioco da ragazzi.
> Un gioco da ragazzi, è vero.
> Quindi?
> Quindi cosa?
> Quindi ho vinto io. O te ne viene in mente un’altro o paghi te da bere.
> Pago. Alla salute dei ragazzi.
> E a noi. A quando eravamo ragazzi.

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