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Vite da campione
Improvvisamente campionessa

Rubrica Tarozzi

di Marco Tarozzi
biografia

Un “Prof” contro il doping

Valeria si è cambiata la vita. A trentacinque anni. Quando ormai, nello sport, se non hai ottenuto grandi traguardi, ti va di lusso se sei considerata un’atleta di buon livello amatoriale. E in fondo è così che lei stessa si considerava, regolando di conseguenza la sua vita, fatta di un marito, due figli piccoli, un mestiere di educatrice all’asilo nido, e sì, quella passione per la corsa che nessuno sarebbe mai riuscito a spegnere. E poi, diciamolo, correre una maratona in 2:41 non è comunque da tutti, e Valeria era soddisfatta così. In pace con sé stessa e con il mondo.

In tre anni, però, è diventata Valeria Straneo. Altro da sé. La primatista italiana di maratona, la vicecampionessa del mondo. Il cognome di sempre, solo che adesso lo conoscono tutti, nell’ambiente. E un po’ alla volta si sono abituati alla sorpresa e hanno iniziato a parlare di fenomeno. Qualcuno ha fatto anche peggio. Parliamone.
Valeria conviveva da sempre con una fastidiosa forma di anemia che non le permetteva di ottenere il massimo dagli allenamenti. Poi ha scoperto che quel problema fisico aveva un nome preciso: sferocitosi. Le hanno consigliato un’operazione. Via milza e colecisti, per vivere meglio. E non per correre meglio, come ha insinuato qualche dietrologo.

Riscatto in acqua londinese
VALENTINA STRANEO CON I SUOI FIGLI

“Ho sentito anche questa, davvero: guardate che la Straneo si è fatta operare per migliorare le sue prestazioni. Ecco quanto in basso può scendere la gente. Io ho provato a spiegare, chiarire di che cosa stavamo parlando. Una malattia, certo. E ho anche detto chiaramente che per nulla al mondo sarei andata in sala operatoria a togliermi degli organi per correre più forte. Non è stato uno scherzo. E la realtà, per chi ha voglia di ascoltarla, è che dopo l’operazione avevo deciso di mollare, magari non smettere di correre ma rallentare il ritmo. Ma una domenica di marzo del 2011 è cambiato tutto: ho partecipato a una mezza maratona, la “Lago Maggiore Half Marathon” di Stresa, per puro divertimento e senza preparazione particolare, e ho fatto il mio personale. Ho capito che ero un’altra atleta”.
Poi, grazie ai numeri, Valeria ha anche capito il perché: emoglobina a 10 ed ematocrito a 33 prima dell’operazione, rispettivamente 15 e 45 dopo. Come un motore che all’improvviso ritrova tutta la sua potenza.

Via milza e colecisti, e insieme ad una nuova vita ha riacquistato anche nuova energia nella corsa.

“Il problema era che la milza “requisiva” i globuli rossi, e questo mi creava complicazioni nella vita quotidiana, figurarsi nella corsa. Non reggevo il peso di certi allenamenti. A chi ancora si fa domande, rispondo che le mie cartelle cliniche sono in mano ai medici. E loro, che conoscono bene la storia, non si stupiscono per i miei miglioramenti, per il fatto che sono diventata primatista italiana e sono andata alle Olimpiadi e ai Mondiali. Semmai non si spiegano come facessi a correre la maratona in 2:41 prima…”
Di fatto, quella gara sul lago Maggiore è stato la nuova “sliding door” di Valeria. Che a trentacinque anni si è trovata a decidere se affrontare un cambiamento totale, nella corsa ma soprattutto nella vita. “La scelta di fare della maratona un mestiere l’ho presa insieme a mio marito Manlio, e non è stata semplice. Ho anche lasciato il lavoro: era a tempo determinato, ma non l’ho fatto comunque a cuor leggero. E allora è stato lui a darmi gli stimoli giusti. Provaci, mi ha detto, non condannarti a vivere nel dubbio di quello che avrebbe potuto essere. Ho pensato ai bimbi, che sono cresciuti: Leonardo ha sette anni, Arianna cinque, sono in gamba e si possono gestire. E mi sono gettata nell’avventura dell’atletica vissuta da professionista, senza dimenticare che sono una mamma ho una famiglia”.

Dopo Stresa, in fila, sono arrivati il titolo tricolore di maratonina alla Roma-Ostia, la miglior prestazione italiana sulla maratona a Rotterdam (2:23:44), l’ottavo posto alle Olimpiadi di Londra, sempre sui 42 chilometri. E poi un 2013 da incorniciare: il secondo posto in maratona ai Mondiali e il quinto posto alla New York City Marathon. Un’altra dimensione, ma in fondo basta un sorriso per sdrammatizzare, magari continuando a sentirsi un po’ “tapasciona” dentro.

UNA VITA IN COMPETIZIONE

VALERIA STRANEO è nata ad Alessandria il 5 aprile 1976. Gareggia per il Runner Team 99 ed è allenata da Beatrice Brossa. Nel 2011, dopo una complessa operazione con asportazione della milza per una malattia genetica ereditaria, la sua carriera è decollata. Campionessa italiana 2012 di maratonina alla Roma-Ostia (1:07:46 il suo tempo), ha ottenuto il primato italiano sulla maratona a Rotterdam (2:23:44) guadagnandosi il posto in squadra alle Olimpiadi di Londra, dove è giunta ottava in 2:25:27. Ai Mondiali di Mosca, il 10 agosto di quest’anno, ha conquistato la medaglia d’argento alle spalle della keniana Edna Kiplagat, dopo una splendida corsa di testa. Ha anche un personale di 32:07 nei 10000 metri, ottenuto nel 2011 a Bilbao. È laureata in lingue. Sposata con Manlio, ex quattrocentista, è mamma di Leonardo ed Arianna.

Riscatto in acqua londinese

“Non dirò mai che le Olimpiadi erano il mio sogno. Non ci pensavo proprio. È andata così e mi godo il cambiamento, i miglioramenti dal punto di vista tecnico, economico, fisico. Ma lo spirito è quello di sempre: ho lo stesso entusiasmo di prima e correre mi rende felice. L’argento ai Mondiali mi ha dato un’improvvisa popolarità, e la vivo senza prendermi troppo sul serio. Ho un sacco di amici runner in giro per l’Italia, se mi chiamano a far festa corro, impegni permettendo, e sto nel gruppo… Non ho molto tempo per restare ad alto livello, lo so
e non ne faccio un dramma.

Ad aprile avrò trentotto anni, l’anagrafe non si cambia e la vita nemmeno. Allora faccio programmi a breve termine e resto serena: dalla vita ho avuto quello che volevo: la laurea, una bella famiglia, i figli, la corsa. Adesso sto toccando il cielo con un dito, domani tornerò quella di prima: una che corre con lo spirito dell’amatore, perché ha bisogno di divertirsi quando fa
le cose. Anche quelle più importanti”.

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