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UGUALI

Tutti i sentieri dello spirito
La Gioia. Ovvero la sua possibilità anche nell’impossibile.

Nicolini

Di Don Giovanni Nicolini
biografia

Chiedendomi di scrivere su questo tema, Manutencoop giustificava la richiesta dicendo che “ci troviamo in un periodo difficile per molte famiglie e individui e affronteremo sicuramente un Natale in tono dimesso. Forse parlare di come, nonostante tutto, dovremmo conservare un atteggiamento positivo nei confronti della vita potrebbe essere d’aiuto”.

Uguali

Aderisco volentieri alla proposta, pur con un certo timore perché il tema della gioia è molto delicato. Preferisco partire da una nota autobiografica. Ricordo di aver confidato anni fa a qualche persona amica come le vicende della mia vita mi avessero portato ad una progressiva diminuzione dell’allegrezza e ad una conferma profonda della gioia. Mi sembra infatti che gioia e allegrezza - o allegria! - siano condizioni diverse dell’animo e della vita. L’allegrezza può essere una manifestazione della gioia, ma può essere anche il tentativo di reagire alla tristezza con qualcosa che rallegri e che per un momento faccia diminuire a scomparire la pena di una gioia smarrita.

È così potente la gioia, è così ricca e misteriosa, da potersi manifestare e affermare pure in situazioni aspre e difficili. L’ho visto anche nelle recenti vicende del sisma che ha devastato il territorio delle mie vecchie e carissime parrocchie di campagna intorno a Crevalcore. Un po’ per i danni subiti, un po’ per lo spavento e la paura che ne è rimasta, molti hanno preso abitazione estiva nelle tende. E le tende le hanno impiantate vicino alla loro chiesa malandata, e vicino ad un capannone di recente e buona costruzione, che anche adesso fa da chiesa e da luogo d’incontro per tutti. Le tende insieme sono state molto importanti, perché hanno offerto un palcoscenico di affetto e di aiuto fraterno che è diventato appunto fonte di gioia.

La sera vedeva riunita una tavolata di cinquanta persone. I bambini giocavano insieme sul prato fino al sopraggiungere del buio. Non si guardava la televisione ma si chiacchierava fino a mezzanotte. E qualcuno diceva: tra vent’anni ricorderemo questi giorni con affetto riconoscente e come tempi non solo di prova ma anche di gioia. Gioia dell’amicizia e di un concreto sostegno reciproco. Il semplice condividere la difficoltà e persino la paura si trasforma in un sentimento profondo di pace, di fraternità, e persino di bellezza: questa è la gioia. Certo, la nostra vecchia chiesa disastrata ci comunica angoscia, ma la nostra assemblea a Messa nel capannone ci fa scoprire concretamente quello che in teoria abbiamo saputo da sempre, e cioè che la Chiesa non sono i muri della chiesa, ma le nostre persone e l’affetto che ci unisce intorno alla nostra poca fede e al nostro grande bisogno di vivere la comunione fraterna: e questa è la gioia.

Così, mentre molto facilmente l’allegrezza si rivela per la sua fragile consistenza, la gioia si approfondisce e si rende capace di visitare e di abitare anche gli spazi difficili dell’esistenza. Ricordo gli impedimenti ben più banali provocati anni fa dalla proibizione di usare le automobili nei giorni di festa: anche quella fu l’occasione di riscoprire quanto fosse bello ritornare alla bici, ed era bellissimo passeggiare insieme invece di scappare chiusi nelle nostre automobiline. Ma c’è molto più ancora! Come la memoria che un gruppo di scampati dal campo di concentramento ci raccontava: in uno di quei terribili alloggiamenti per molto tempo, di notte, si celebrava la Messa, perché c’erano alcuni preti tra gli internati. Poi - dissero - si interruppe, perché era morto l’ultimo dei preti. Un vecchio sapiente uomo di Dio osservò che sarebbe stato meglio continuare a celebrare la Messa. “Non si doveva - egli disse - privare di una carezza di gioia la tragica disperazione del lager”.

Una coppia di miei amici ha messo fine al suo matrimonio. E lei mi diceva: sarebbe più facile se lui fosse morto, perché avrei custodito intera dentro di me la sua vita, persino con gioia. Così, invece, è come se lui e anch’io morissimo ogni giorno. Ma questo mi ricorda quando, a cinque anni d’età - trecento anni fa! - ho vissuto il ritorno di mio papà dalla guerra. La mamma aveva ricevuto una telefonata che le annunciava il suo arrivo. Lei ha pensato che sarebbe arrivato in treno a Brescia, la città più vicina alla campagna dove si era sfollati. Senza un parola, prende la prima bici che trova nel cortile di casa: era la biciclettona del nonno. Ci salta sopra, e via di volata a farsi i venticinque chilometri per la stazione. Intanto, però, il papà è arrivato su una camionetta. E lei non c’era! Ma dopo poco vediamo la sua bici arrivare come un bolide. Eravamo tutti intorno al soldato ritornato e a lei, che iniziarono ad abbracciarsi e a baciarsi.

Poco capivo di questi baci della mamma ad un soldato a me sconosciuto. Ma in quel momento, mentre loro un po’ ridevano e un po’ piangevano, ho capito, forse per la prima volta, che la loro era gioia. Lui era ritornato salvo dalla morte e lei risorgeva con lui alla vita. Forse, infatti, la gioia è l’impedimento a che la morte s’imponga come l’ultima parola. La vittoria sul male e sulla morte è la segreta fonte della gioia più profonda. Perché, da Gesù in poi, l’amore è più forte della morte. “...venne Gesù, stette in mezzo e disse loro <Pace a voi!>.
Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco.
E i discepoli gioirono al vedere il Signore”(Giovanni 20,19).

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