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Sei in: webAmbiente / numero 4 - 2011 / Uguali

UGUALI

Tutti i sentieri dello spirito
Una storia senza fine

traduzione: eng | عربي

Nicolini

Di Don Giovanni Nicolini
biografia

La ritualità, sia nella religione che nel mondo laico, supera i limiti del mondo reale per riproporre la rappresentazione di un’ideale. Per la fede cattolica, invece, nel rito della liturgia festiva si ritrova il senso concreto di una salvezza che rappresenta il punto di partenza per una storia nuova, fatta di grazia e di perdono.

La tradizione ebraico-cristiana custodisce una concezione della ritualità che la distingue dalle altre concezioni religiose, e anche da ogni forma di ritualità laica. Il rito è infatti sempre una specie di astrazione dalla realtà storica ed è il segno retorico del suo ideale. La sua esaltazione mitica. Il suo paradigma ideologico. Il rito è quindi sempre la rappresentazione di un’idea o di un ideale. Il rito ha la funzione di rappresentare quello che la realtà non riesce a produrre: è una specie di visione celestiale che riscatta i limiti della realtà, in un certo modo la divinizza, e talvolta serve persino a giustificarne le violenze e le aberrazioni. É quindi un segno fuori dalla storia che guida, corregge e giustifica gli eventi limitati e magari addirittura sbagliati della vicenda storica. Pensiamo a tutte le mitizzazioni della guerra, o alle nostalgiche evocazioni retoriche dei fatti anche negativi della vicenda umana.

Nel testo biblico si può considerare come memoria privilegiata della fede ebraica la liturgia pasquale che con Gesù di Nazareth diventerà liturgia fondamentale della fede cristiana. Nella notte della liberazione dall’Egitto si racconta nel testo biblico di una cena che viene predisposta da Dio stesso e viene celebrata con cibi speciali in modi del tutto particolare. Si deve fuggire dall’oppressore e non c’è quindi il tempo per lasciar lievitare il pane. Ci si prepara alla fuga e, quindi, si mangia in abito da viaggio, e cioè con le vesti cinte ai fianchi per poter più agevolmente correre. Ma soprattutto si mangia un agnello che è vittima di un sacrificio di salvezza per poter scampare in un’impresa del tutto impossibile alle deboli forze di un popolo di schiavi. Tutto però viene descritto non come una norma liturgica, ma come un fatto concreto che bisogna mettere in opera in quella notte e che sarà ricordato e celebrato per sempre, appunto in memoria dell’inizio della grande storia della salvezza del popolo ebraico.

Uguali

Si pone allora una domanda decisiva: si tratta di un rito o di un concreto evento storico? E questo è il criterio privilegiato per distinguere la ritualità ebraica dalle forme rituali delle religioni e delle culture. Per gli ebrei non si tratta di una liturgia astratta dalla storia, ma, al contrario, è il principio e la fonte di una storia nuova. Non è una ritualità che, come tale, è fuori dalla storia, ma è il cuore e la sostanza della storia. Così, per la fede cristiana, la liturgia della Pasqua, che ogni domenica viene celebrata, è in realtà l’avvenimento che, contro ogni fuga dalla realtà e ogni sua idealizzazione astratta, riafferma e riconduce alla concretezza di un’esistenza liberata dai miti oscuri e violenti di una storia ferita.

Per questo, la liturgia ebraico-cristiana è, in un certo senso, l’opposto delle consuete ritualità religiose e laiche che hanno come scopo di consentire un’evasione dalla dura concretezza della realtà per creare uno spazio e un cammino verso un ideale irraggiungibile. Per questo motivo la festa, sia religiosa sia “laica, è sempre in qualche modo evasione. Per la fede ebraico-cristiana la liturgia è recupero della realtà! Un rito patriottico può esaltare il valore della patria o la verità di un’ideologia, fino a giustificarne le violenze e i massacri. La liturgia della fede cristiana è giudizio contro tutte queste aberrazioni e restituzione di una realtà nuova di fratellanza e di pace. Certo, la messa la si può celebrare anche prima di scatenare un massacro. Ma allora non è celebrazione: è tradimento, e stravolgimento del gesto che si celebra. Invece: anche in un lager si può celebrare la messa, e allora con quella celebrazione si afferma il giudizio evangelico di salvezza nei confronti delle vittime e il giudizio di condanna e di perdono per i carnefici. In quel momento i condannati diventano giudici dei loro persecutori e di essi sono anche le vittime offerte a Dio per la salvezza di chi li sopprime. Il debole è allora in realtà il più forte. Così forte da poter trasformare quello che subisce in atto di perdono per chi lo annienta. Potenza di speranza là dove ogni speranza sembra spenta. Anche nello spazio più tenebroso della storia, luce di vita nuova.

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