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Sei in: webAmbiente / numero 4 - 2011 / Il momento di ripartire

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traduzione: eng | عربي

di Giancarlo Strocchia

Il momento di ripartire

Ci avevano fatto pensare che la crisi ci avesse “graziati”, invece il contraccolpo è stato più forte che in altri paesi fino quasi al tracollo. Ma dove affondano le radici di questa recessione? Colpa dell’euro o dei nostri annosi deficit di competitività, istruzione e infrastrutture? Per questo oggi più di ieri è necessario parlare di valori e solidarietà? Abbiamo rivolto alcuni di questi quesiti al professor Gianni Toniolo, professore di economia e profondo conoscitore delle dinamiche della globalizzazione.

Gianni Toniolo è quella che si definisce una vera “personalità” nel campo dell’economia. Una sfilza infinita di qualifiche e incarichi, tra cui Research Professor of Economics and History alla Duke University (USA) e Professore di Storia Economica alla Luiss di Roma, Toniolo potrebbe essere annoverato tra quei super tecnici che oggi sono a Palazzo Chigi per risollevare con urgenza le sorti economiche italiane. Per questo abbiamo pensato che forse lui meglio di molti altri avrebbe potuto spiegarci con chiarezza origini e prospettive di una delle crisi economiche più disastrose degli ultimi decenni.

Professore, nei decenni passati l’Italia ha saputo cogliere e, a volte, anche anticipare, alcune tendenze per giungere ad essere una nazione ricca e sviluppata. Perché oggi questa difficoltà a crescere e a riacquistare competitività?

Sino alla fine degli anni Ottanta, l’Italia è cresciuta più rapidamente dei paesi che erano allora più avanzati, in particolare degli Stati Uniti, riducendo il divario di reddito e produttività che la divideva da essi. Sino a quel momento, la nostra storia economica è stata la storia di un successo, dovuto all’inventività e all’impegno nel lavoro di tanti italiani che hanno fatto crescere il paese malgrado il peso di istituzioni che nel tempo divenivano sempre meno adeguate a sostenere un’economia moderna e di corporazioni sempre più aggressive nel difendere il “particolare” dei propri membri piuttosto che gli interessi generali.

“Per fare in modo che la crisi non passi sopra le nostre teste dobbiamo tutti, a vario titolo, fare in modo di rilanciare comportamenti etici e solidali”

A partire dalla fine degli anni ottanta il mondo è stato rivoluzionato dalla fine della guerra fredda, dall’accresciuta integrazione europea (sino alla moneta unica), dal diffondersi delle tecnologie informatiche e dall’irrompere sui mercati (e non solo) di giganti come la Cina e l’India. Alcuni paesi hanno colto questi cambiamenti per rinnovarsi e adattarsi, altri sono stati meno capaci di farlo. Nelle classifiche stilate dall’OCSE l’Italia risulta al 25 posto su 27 nella capacità di adattarsi alla nuova globalizzazione. Perché? Faccio un solo esempio: l’istruzione. Da 150 anni livelli relativamente bassi di istruzione hanno caratterizzato (negativamente) la nostra economia rispetto a quelle dei paesi più avanzati. Per molto tempo ciò non ha rallentato la crescita: con una buona istruzione elementare, gli italiani apprendevano sul lavoro le competenze necessarie ad adattare le tecniche più avanzate alle concrete esigenze della produzione. Oggi questo modello è sempre meno proponibile: la globalizzazione e le nuove tecnologie possono essere affrontate con successo solo da persone con livelli di istruzione anche formale (scolastica) elevati. Faccio un altro esempio: le tecnologie informatiche richiedono per diffondersi soprattutto nel settore dei servizi un sistema economico regolato in modo leggero, efficiente, flessibile. La nostra vecchia e rigida burocrazia non produce un ambiente favorevole alle nuove tecnologie.

Recessione, mercati asfittici, produttività in discesa. Per la gente comune è difficile capire la crisi. Ma da dove nasce e dove ci sta conducendo?

Sulla crisi di lungo andare (strutturale) del nostro paese ho detto sopra. La crisi finanziaria del 2008-2009 ha colpito, contrariamente a quanto una certa propaganda ha cercato di fare credere, l’Italia in modo molto duro. Il reddito è calato del 5%, più che in qualunque altro grande paese. Su una lenta ripresa si è abbattuta, alla metà del 2011, la crisi cosiddetta dei debiti sovrani. Per l’Italia ciò significa, e questo non è facile da spiegare alla “gente comune” (concetto peraltro anch’esso astratto) ma va pure detto, che i fondi pensione degli insegnanti della California, solo per fare un esempio, non hanno più fiducia nei titoli italiani e se ne sbarazzano. D’altronde, gli stessi “italiani comuni” non comprano più i titoli di stato del proprio paese come facevano negli anni Settanta e Ottanta. Purtroppo, il problema del debito pubblico è stato lasciato irrisolto da successivi governi almeno a partire dal 1980. Per trent’anni ci siamo illusi tutti noi “gente comune” che si potessero avere trasporti, sanità, pensioni, benefici sociali pagandoli in parte a debito. Il conto doveva arrivare, è arrivato nel peggiore momento possibile. La parte italiana della crisi nasce da qui.

Rispondere alle direttive dell’Europa vuol dire anche ritrovare stimolo e dinamicità economica interna, o solo sottostare a chi in questo è nella posizione di dettare le regole?

Premesso, come ho detto sopra, che noi soli siamo responsabili della nostra debolezza e che non saremo nella posizione di “dettare regole” finché non risolveremo almeno i maggiori dei nostri problemi, non c’è dubbio che, una volta messo, come è stato fatto, il bilancio pubblico su una traiettoria di equilibrio di lungo periodo, si tratta di rilanciare la crescita. Lo stimolo interno è indispensabile e vedremo nei prossimi mesi se il governo riuscirà a esser convincente anche su questo terreno, ma non basta. L’Europa nel suo complesso soffre di un deficit di dinamismo che può esser curato solo con un’azione coordinata di tutti i governi e della Commissione Europea.

GIANNI TONIOLO

È Research Professor of Economics and History alla Duke University (USA). Insegna Storia economica alla Luiss (Roma), è Reserach Fellow del Centre for Economic Policy Reserach (Londra), membro della European Academy e co-direttore della Rivista di Storia Economica fondata da Luigi Einaudi.

È stato professore ordinario di Storia economica all’Università di Roma Tor Vergata (1996-2007) e di politica economica all’Università di Venezia (1987-96). Ha insegnato Berkeley (California) e Hitotsubashi (Tokyo).

Tra i suoi libri più significativi si segnalano: The World Economy Between the Wars, Oxford University Press 2008 (con C. H. Feinstein e P. Temin), Central bank cooperation at the Bank for International Settlements, Cambridge University Press 2005, Economic Growth in Europe Since 1945, Cambridge University Press, 1996 (con N. Crafts). In italiano: La Banca d’Italia e il sistema bancario, 1919-1936, (1993 con G. Guarino), La Banca d’Italia e l’ economia di guerra, 1914 – 1919 ( Laterza 1989).

Gianni Toniolo è consigliere di sorveglianza di Manutencoop FM, ha una nipote di 8 mesi che si chiama Anna, è un appassionato sciatore, colleziona marescialli napoleonici di piombo (53 millimetri), e ama i classici inglesi della seconda metà dell’Ottocento e quelli americani della prima parte del Novecento.

 

C’è qualcosa secondo lei che non ha funzionato come previsto nel progetto di unione monetaria europea?

Molte cose non hanno funzionato nell’Unione Monetaria. Taluni paesi, tra i quali il nostro, hanno pensato che l’Unione Monetaria fosse da sola capace di risolvere i problemi mentre era vero il contrario: l’appartenenza all’Unione per dare frutti richiedeva la soluzione dei problemi interni dei singoli paesi (quelli, per esempio, ai quali ho accennato sopra). Dopo l’adesione all’euro, alcuni paesi, tra i quali spicca l’Italia, si sono ritenuti appagati, hanno pensato di “avere fatto abbastanza”. E invece la sfida della competitività cominciava allora. Altri paesi, come la Germania, hanno attraversato un periodo di bassa crescita negli anni Novanta preparando il paese alle nuove condizioni create dall’euro. Anche grazie a innovativi contratti di lavoro e a una cooperazione tra imprese e sindacati hanno rilanciato la produttività nel settore manifatturiero e oggi competono con successo con le imprese cinesi malgrado i bassi costi del lavoro del paese asiatico. Detto questo, bisogna aggiungere come ormai fanno tutti, che l’Unione Monetaria non avrebbe potuto reggersi nel lungo periodo senza una forma di unione anche fiscale. Ma è evidente che un’unione fiscale non può reggersi senza una forma democratica di unione federale anche politica. Chi ha fondato l’Unione Monetaria era consapevole del problema ma riteneva che la moneta unica avrebbe necessariamente fatto da battistrada a una integrazione fiscale e politica. I vecchi stati nazione sono tuttavia riluttanti (per usare un eufemismo) ad avviarsi sulla strada del federalismo europeo. Questo è il nodo che stringe oggi l’Europa. Tutti hanno beneficiato dell’euro? Tutti e nessuno sono termini estremi. Ma basta pensare alla competizione globale con giganti da oltre un miliardo di abitanti per capire che i singoli paesi, le singole “padanie”, non hanno prospettive di crescita, di influenza geopolitica e, perché no?, di promozione dei valori nei quali sono cresciute e credono senza unirsi in quella che, complessivamente, è oggi la prima economia del mondo.

È ancora verosimile, in un clima del genere, parlare di responsabilità e di valori nel mondo dell’economia?

Affermare valori di responsabilità e solidarietà è oggi più necessario che mai. Ciascun individuo, ciascun gruppo sociale ha una responsabilità specifica in questo senso, come l’hanno la scuola, i mezzi di comunicazione di massa, le organizzazioni ecclesiastiche e civili, gli stessi governanti. Proprio per fare in modo che la crisi non passi sopra le nostre teste dobbiamo tutti, secondo le nostre specifiche responsabilità, fare in modo di rilanciare comportamenti etici e solidali. In questo senso credo che il mondo della cooperazione abbia un vantaggio, e dunque, una responsabilità tutta particolare.

Da molte parti si denuncia la mancanza, in Italia, di grandi imprese, mentre sappiamo che il tessuto imprenditoriale nazionale è composto per il 95% da Pmi. È proprio così secondo lei?

A chi, come me, è nato e cresciuto nel Nord-Est (che ovviamente include l’Emilia Romagna) non può sfuggire l’importanza decisiva della piccola e media impresa. I distretti sono stati una delle grandi invenzioni italiane, studiata in tutto il mondo. La Pmi ha fornito all’Italia quella forza di flessibilità tecnica e organizzativa della quale dicevo sopra come uno degli antidoti alle tare antiche del nostro paese. Ma la grande impresa ha anch’essa un ruolo insostituibile, che è divenuto ancora maggiore negli ultimi decenni: solo oltre certe dimensioni l’impresa ha la forza finanziaria per investire fortemente nella ricerca applicata che è oggi uno dei principali motori dello sviluppo. Senza l’innovazione prodotta dai grandi, anche i piccoli soffrono. Purtroppo, pur con importanti eccezioni, la grande impresa, sia pubblica sia privata, non è da tempo in Italia all’altezza del ruolo sociale che le è assegnato in un’economia avanzata del ventunesimo secolo. Ciò è particolarmente vero per il settore, iper-regolato e protetto, dei servizi che oggi costituisce il 70% della nostra economia. Se l’energia costa più che altrove, se comunicazioni e trasporti sono meno efficienti, se la grande distribuzione fatica, anche le piccole imprese, oltre che i consumatori, subiscono gravi danni. E la crescita è stentata.

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