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TUTTINGIRO

Torna più avventuroso che mai anche per l’estate 2019 il progetto “Tuttingiro” ovvero i campi residenziali estivi che il Gruppo Rekeep mette a disposizione gratuitamente in tutta Italia per i figli dei dipendenti con età compresa tra gli 11 ed i 14 anni.

Termine per presentare la domanda di partecipazione: 3 maggio 2019.

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L'ALTRO SPORT

Vite da campione
Ai confini della volontà

traduzione: eng | عربي

Nicolini

di Marco Tarozzi
biografia

Correre in condizioni estreme, dove la natura pone una sfida all’umana resistenza. É l’identikit del “4 deserts” un circuito di trail estremo composto da quattro prove, l’ultima e più incredibile delle quali si è svolta tra le gelide asprezze dell’antartide. Quattro italiani hanno attraversato la “finishline”, completando tutte le tappe. Uomini e donne dotati di una volontà granitica e del desiderio di andare un passo oltre i limiti. Uno di loro ci racconta come e perché ha deciso di affrontare questo “inferno” di ghiaccio

Ushuaia è il mondo alla fine del mondo. La città più australe del pianeta, l’ultima comunità della Terra del Fuoco. Più giù soltanto ghiaccio, vento, neve, freddo, tempesta. Molto più giù, l’Antartide. Questa è la storia di un pugno di uomini e donne che si sono spinti fin là dove tutto è estremo, dove la terra non è nemmeno terra, dove lo spettacolo della natura ti affascina e al tempo stesso ti respinge. Corridori che non si accontentano più di un’emozione qualunque. Sono quelli di “The Last Desert-Anctartica”, il trail estremo che fa parte del “4 Deserts”, circuito creato e curato dall’associazione “Racing the Planet”.

LE QUATTRO GARE DEL CIRCUITO “4 DESERTS”
Consigli Verdi

Quattro gare a tappe con uno sviluppo totale di circa 250 chilometri, da percorrere in luoghi benedetti dalla natura e dimenticati dalla civiltà. Necessariamente in autosufficienza, sempre in condizioni di difficoltà tali da mettere a dura prova la volontà, non solo le gambe. Chi affronta queste emozioni entra in un club speciale. Quelli che hanno visto la “finish-line” in fondo a tutte e quattro le avventure. Nel 2010 ci sono riusciti in trentaquattro. Quattro di loro sono italiani. Si chiamano Raffaele Brattoli, Emanuele Gallo, Maria Luisa Malvestiti, Marco Vola. Non hanno la faccia da temerari. È gente comune con una volontà fuori del comune. Gente che fa l’impresa e non la sbandiera ai quattro venti.

Kammerlander

Per capire cosa c’è nella testa di questi corridori così diversi, ascoltiamo le parole di uno di loro. Ha 55 anni, vive a Milano, questa passione gli consuma ore e ore di tempo. Si chiama Raffaele Brattoli. Quando è arrivato sull’ultimo traguardo della “Last Desert”, nemmeno la stanchezza infinita gli ha impedito di gioire come un ragazzino. Perché in quel momento aveva completato i quattro deserti più duri del mondo. A piedi. La sua sfida.

È che ogni tanto sento il bisogno di evadere dalla vita di tutti i giorni, di staccare la spina, di dimenticare lo stress delle cose di sempre”.

Non si può dire che la soluzione sia riposante, ma un senso, assicura Raffaele, ce l’ha.

Vado a fare della fatica, è vero. Ma riscopro una parte di me che altrimenti andrebbe perduta. In tante occasioni, durante le quattro prove della “4 Deserts”, ho vissuto situazioni quasi primordiali. Mi sono sentito a tu per tu con la natura e con i suoi elementi. Non puoi cercare scorciatoie, in quei frangenti”.

Le tappe, in questa gara, sono segnate fino a un certo punto. L’organizzazione fa l’ultima ricognizione circa un mese prima della gara, e individua i percorsi. Con una serie di vincoli. È il Wwf a delimitare le aree in cui si può correre. C’è un equilibrio naturale da rispettare, e quelli di “The Last Desert” devono tenerne conto. È una delle regole basilari.

Gli organizzatori tracciavano un circuito, dai cinque ai dieci chilometri, e su quello si partiva per inanellare giri finché il tenpo non ci si metteva contro. Allora tutto finiva all’improvviso, nel giro di pochi minuti la tappa era da considerarsi conclusa”.

Kammerlander

Flashback. Raffaele non dimentica. Non potrà mai dimenticare questi due anni di preparazione per arrivare sul pack dell’Antartide pronto a una sfida così estrema. Lui non è un ultrarunner professionista. Per macinare chilometri senza rubare tempo al lavoro, spesso ha corso e marciato di notte, con un faretto per farsi strada, tra le montagne del Comasco, del Varesotto, affrontando circuiti di settanta, ottanta chilometri. Niente cronometro, durante le sue uscite. Ma questa volta serviva qualcosa in più. Bisognava abituarsi al clima rigido dell’Antartide. E lui non poteva certo regalarsi altro tempo per uno stage in terre lontane. Così, gli è venuta l’idea meravigliosa.

Dalle parti del mio ufficio c’è una ditta di stoccaggio di surgelati. Mi sono presentato in direzione, ho spiegato quello che dovevo fare e loro mi hanno permesso di allenarmi nelle due ore di pausa del personale. Invece di andare a pranzo, mi infilavo in un capannone di 500 metri di lunghezza per 180 di larghezza e inanellavo giri di corsa a 35 gradi sottozero. È stato fondamentale per prepararmi e provare i materiali”.

I NUMERI DI RAFFAELE
89.500 km
trasferimenti aerei totali
1000 km
distanza complessiva
percorsa in gara
24
giorni di gara
5h45’
tempo medio per tappa
100 km
tappa più lunga
87.000
calorie consumate in gara
18.000 km
di allenamento in due anni
2.250 ore
dedicate all’allenamento
20 paia
scarpe usate in
allenamento e gara
216 litri
acqua consumata in gara
0 litri
acqua per lavarsi in gara

Raffaele Brattoli
Kammerlander

Provate a dire che è roba da “fuori di testa”. Provate a dirlo a Raffaele, a Maria Luisa, a Emanuele, a Marco, a Paolo. Sorrideranno, senza cercare di convincervi. Loro hanno qualcosa dentro che non appartiene a tutti.

Soltanto nel circuito dei quattro deserti sono impegnati circa ottocento atleti, provenienti da ogni parte del mondo. Nei deserti, forse ancor più che in quelle poche ore passate in cuccetta sulla nave, dopo la gara si vive a stretto contatto. Si dorme in otto o nove per tenda, si solidificano i rapporti, si cementano le amicizie. E sono amicizie che non conoscono confini, non sanno di barriere sociali, religiose, politiche. Siamo un bel gruppo, e siamo uniti”.

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