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Sei in: webAmbiente / numero 2 - 2018 / Mani e menti che si mettono in gioco

Speciale Rebranding

di Giancarlo Strocchia

Mani e menti che si mettono in gioco

Il cambiamento non è un elemento di novità per la vicenda imprenditoriale di Manutencoop, oggi Rekeep. “È la cifra della mia gestione da imprenditore, funzionale per emergere rispetto alla massa” rimarca in questa intervista il presidente Claudio Levorato che specifica “il cambiamento di oggi è la naturale conseguenza delle trasformazioni che abbiamo vissuto all’interno dell’azienda e che oggi vogliamo rendere percepibili anche all’esterno.”

Decidere di voltare pagina a volte significa rinnegare il proprio passato. In altri casi il cambiamento è frutto di un processo evolutivo. Questo è il caso di Manutencoop Facility Management, che con l’acquisizione della nuova denominazione Rekeep sceglie di marcare un punto di svolta che ha parametri ben precisi: più innovazione, ingegnerizzazione dei servizi, obiettivi di internazionalizzazione, senza derogare all’identità profonda dell’azienda. Un percorso decisionale che ha implicato riflessioni e confronti durati alcuni mesi e che ha mantenuto salde le radici in una storia di cui il presidente Claudio Levorato, presidente di Manutencoop Società Cooperativa, holding che controlla Rekeep, è il primo testimone.

Presidente Levorato, il logo di Rekeep rappresenta l’incontro tra la mano, segno grafico protagonista, e le menti del payoff. Due componenti che sempre più, quindi, dovranno coniugarsi per promuovere nuova crescita.

Manutencoop ieri, Rekeep oggi, si riflettono in una storia che non ho difficoltà a definire meticcia. Se osservassimo una foto dei fondatori di Manutencoop salterebbe subito all’occhio lo spirito pioneristico e, oserei dire, fattuale di quegli uomini. Stiamo parlando del 1938, in pieno successo del regime fascista, e quegli stessi uomini ebbero l’idea di costituirsi in cooperativa per difendere il loro lavoro. Facevano i manovali, i facchini. Si limitavano a prestare la loro manodopera in termini di ore o di quintali spostati a forza di braccia. Da quel momento iniziarono ad usare la testa. Le menti sono state sempre al lavoro, indispensabili per la costruzione di un soggetto complesso. È ovviamente difficile ravvisare in quei tratti l’azienda di oggi, che comunque rimane figlia di quella intuizione. Oggi il formato delle menti è quello dell’industria 4.0, a significare la preponderanza dell’attività intellettuale e tecnologica avanzata.

Balza subito all’occhio il nome inglese, che rimanda alla scelta di aprirsi sempre più ai mercati internazionali secondo una nuova visione globale.

Oramai l’inglese è la lingua prevalente della comunicazione per la sua efficacia nell’esprimere in modo sintetico concetti anche complessi. Con questo cambio abbiamo voluto, in qualche modo, rimarcare una nostra visione differente dell’attività aziendale che mira a dialogare con realtà e interlocutori sinora trascurati. Cambiare significa anche questo, variare le proprie categorie mentali e operative, non rimanere incasellati forzatamente in uno schema precostituito, ridefinire e ampliare la propria identità.

Un cambiamento che non vuol rinnegare comunque un passato che possiamo definire di successo.

Io sono testimone privilegiato di quasi metà della vita di Manutencoop e ho guidato l’azienda lungo percorsi di cambiamento fin dal primissimo periodo in cui assunsi la sua guida. All’epoca l’azienda non beneficiava della capitalizzazione degli utili, semplicemente perché non li produceva, e oltretutto era sommersa dai debiti. Manutencoop svolgeva attività in perdita che assorbivano i guadagni delle attività in attivo. Il cambiamento è la cifra della mia gestione da imprenditore, funzionale per emergere rispetto alla massa. Nel 2003 costituimmo la Manutencoop Facility Management SpA. Un paradosso, se si pensa alla contrapposizione tra il suffisso Coop e il nuovo inquadramento societario, ma all’epoca pensavamo che marcare la continuità e rendere evidente l’identificazione con il mondo cooperativo, intriso di valori positivi, fosse particolarmente efficace. Oggi ci rendiamo conto che bisogna dare evidenza alla differenza tra la Cooperativa, che rimane holding di controllo del gruppo, e la società operativa, una SpA.

È corretto affermare che Rekeep costituisca una piccola grande eresia rispetto al mondo della cooperazione?

Non ho mai fatto mistero del mio essere eretico rispetto a una ortodossia che nasconde a se stessa i propri problemi, reagendo in modo conservativo. Purtroppo il mondo cooperativo è stato particolarmente reticente a introdurre dei cambiamenti della stessa struttura giuridica della cooperazione. In Italia vige ancora una legge del 1947 (legge Basevi n. 1577/47) che è alla base della costituzione di tante cooperative di lavoro e di consumo relativamente ad un periodo storico e sociale che è ben diverso dall’attualità. Nel nostro caso, quando abbiamo preso atto che un ostacolo alla crescita era costituito dall’accesso al mercato dei capitali abbiamo deciso di costituire una SpA sotto il controllo della cooperativa. La scomparsa, oggi, della denominazione coop dal nome dell’azienda non rispecchia un rifiuto del passato, ma ci mancherebbe altro. Io ho dedicato una vita alla cooperazione, sono 40 anni che io mi dedico alla cooperazione e alla sua idealità. Ma oggi vogliamo procedere su binari differenti. Ho intrapreso il mestiere dell’imprenditore assumendomi i rischi, anche personali, di questa scelta, e l’ho fatto proprio perché ero mosso da quella stessa idealità cooperativa, non certamente dalla profittabilità patrimoniale.

E oggi la svolta definitiva evocata dal cambio di denominazione.

Il cambiamento di oggi è la naturale conseguenza delle trasformazioni che abbiamo vissuto all’interno dell’azienda e che oggi vogliamo rendere percepibili, in tutta la loro ampiezza, anche all’esterno. Vogliamo aprirci ai mercati esteri, assumendo una dimensione internazionale che oggi reputo irrinunciabile. La cooperativa va bene se si assicura un futuro di lavoro per i propri dipendenti, per i propri soci, una prospettiva di soddisfazioni anche economiche per quelli che investono la loro vita dentro la cooperativa, altrimenti non assolve alla propria funzione e si prepara al declino.

Mi sembra di capire che il salto definitivo è quello che si compie riformando le basi culturali del sistema cooperativo.

Una trasformazione che, come ho detto, non rinunci all’essenza della cooperazione. Il paradigma della solidarietà, ad esempio, non va messo in discussione. Del resto, anche le imprese di capitali devono imparare ad essere sempre più solidali per affermarsi. Oggi, però, è necessario prendere atto di come, sulla base della tradizione cooperativa, vadano innestati i principi dell’efficienza, della ricerca del risultato, della cultura della responsabilità verso la società. Sono d’accordo che, come sostenevano i probi pionieri di Rochdale, la responsabilità di una cooperativa sia finalizzata a offrire occasioni di crescita. Nello stesso tempo vorrei spiegare agli stessi probi pionieri che se l’impresa non genera profitto non potrà reinvestire fondi per crescere e competere sui mercati, perdendo progressivamente terreno. Volere, a tutti i costi, conservare alcune condizioni di privilegio, rinunciando a mettersi in gioco, sembra somigliare più alla paura di soccombere che ad un modo efficace per salvaguardare i soci. Noi ci siamo messi in gioco e il cambio del nome è rappresentativo di questo lungo processo.

 

INTERVISTA A GIULIANO DI BERNARDO, PRESIDENTE E AD DI REKEEP

Il futuro è già qui

La scelta del nome Rekeep porta in sé un’ambizione già in parte realizzata, ovvero incrementare il processo di internazionalizzazione aziendale.

Certamente. È naturale per una società, come Rekeep, leader in Italia di un mercato specializzato come quello dell’integrated facility management, intravedere nei mercati esteri un’efficace base di sviluppo della propria attività. Oltretutto, la nostra società opera in un campo dove i principali competitor sono tutti stranieri. Sulla base del costante confronto con questi player abbiamo deciso di esportate oltreconfine i nostri modelli operativi, come ad esempio il sistema del cross selling, che abbiamo già collaudato con successo in Italia. Rekeep è una società che eroga una vasta gamma di servizi, e quindi, siamo in grado di estendere la nostra offerta di prestazioni una volta avviato il rapporto con un cliente.

In quali ambiti d’intervento la società si sta orientando per “aggredire” i mercati esteri?

Stiamo per il momento puntando su due comparti dove vantiamo un’esperienza consolidata e un tratto innovativo evidente, come la sanità e le pulizie in ambito ferroviario. In entrambi i casi siamo già entrati nella fase operativa. Per quanto riguarda le pulizie sui treni, siamo riusciti ad aggiudicarci un’importante gara in Francia per SNCF, le ferrovie d’oltralpe. Sulla scorta dell’esperienza svolta per Trenitalia e NTV anche in Francia esporteremo il sistema delle pulizie con personale a bordo, un modello che ci vede all’avanguardia in Europa. Per quanto riguarda il settore sanitario, abbiamo da poco sottoscritto una joint venture con la società turca United Group. Il nuovo soggetto imprenditoriale sarà attivo nell’ambito del facility management per il settore sanitario.

Nonostante non sia una società quotata, Rekeep si pone nei confronti dei mercati come se lo fosse. Un approccio funzionale alla crescita aziendale?

In realtà, si tratta di un rapporto che è andato consolidandosi negli ultimi dieci anni, in funzione dell’esigenza dell’azienda di reperire risorse finanziarie nuove che ne sostenessero i piani di crescita. Diretta manifestazione di questa impostazione sono stati i due bond che hanno determinato una consistente raccolta di nuovi fondi e l’apertura di credito che abbiamo ricevuto dai fondi di private equity, entrati a far parte, in due fasi diverse, della nostra compagine societaria per poi uscirne definitivamente recentemente, quando la proprietà è tornata integralmente in mano alla cooperativa. Sono stati passaggi fondamentali per lo sviluppo aziendale, che hanno contribuito a migliorale l’azienda da un punto di vista qualitativo. Effettivamente il nostro approccio può essere assimilato a quello di una società quotata anche rispetto agli indici di performance economica. Abbiamo capito che il denaro costa e stiamo molto attenti alle nostre performance. A questa evoluzione ha contribuito sicuramente anche il controllo minuzioso operato proprio dai fondi di private equity che, devo dire, sono stati degli stakeholder molto attenti.

Rekeep si presenta i mercati con una governance più giovane e più “rosa”.

Esattamente. All’interno del percorso di definizione della nuova fisionomia aziendale è andata progressivamente emergendo una nuova classe dirigente giovane, competente, cresciuta all’interno dell’azienda e in cui compaiono molte donne. La scelta operata è andata nel senso di un rinnovamento che acquisisse le caratteristiche di un team allargato con ambizioni da Champions League, pronto a valicare i confini nazionali. Persone giovani, con uno sguardo attento alle aree territoriali. Un team molto affiatato che ha fatto suo lo slogan: ricchi di passato ma con uno sguardo visionario verso il futuro.

Come immagina Rekeep tra dieci anni?

Rekeep oggi è un’azienda in evoluzione, nel segno di radici molto forti. L’immagine più adeguata a prospettare il nostro futuro è quella contenuta nel nostro nuovo payoff, “Minds that Work”, menti che lavorano per far sì che l’innovazione ingegneristica investa anche settori tradizionalmente meno “tecnologici”, come ad esempio le pulizie. Una società capace di proiettarsi fuori dagli schemi seguiti sinora, che saprà interpretare con lo stesso coraggio le sfide dell’innovazione anche oltre i confini nazionali, secondo una filosofia operativa rivolta al progresso, come è stato finora e come spero sarà in futuro.

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